“Note” contro la violenza: come la musica grida più forte delle istituzioni

Nirvana, De André, Pinguini Tattici Nucleari: quando la musica diventa un grido di protesta

Martedì scorso giunge a un famoso programma radiofonico (che mi rifiuto di nominare, non certo per rispetto) una lettera del femminicida di Giulia Tramontano. Gli speaker la leggono, senza nemmeno porsi il problema delle conseguenze dolorose di quel momento.

Moltissimi, in questi mesi, anni, decenni, hanno dimostrato un morboso interesse per i pensieri, le parole e gli atteggiamenti di chi ha commesso un femminicidio. Per quale ragione? Per dimostrare cosa? La distanza di queste persone da noi?

Un’operazione di mostrificazione che ci permette, evidentemente, una sorta di purificazione dalla possibilità che la responsabilità non risieda solo nelle scelte del singolo, ma che sia ben più radicata e strutturale nel nostro sistema socioculturale.

Non sono orchi: sono esseri umani che hanno ricevuto una ben precisa educazione, per cui la compagna è “oggetto” da controllare, gestire e sottomettere. Quando mostra segni precisi ed evidenti di autodeterminazione, si arriva al gesto più assurdo, l’eliminazione.

Siamo stanchi di sentir dire che “non tutti siamo così”, “non è la cultura patriarcale il problema, in quanto il patriarcato non esiste” ed altre mille esternazioni non solo difficili da mandar giù, ma anche problematiche, perché spostano l’attenzione di tutti e tutte da questioni molto più importanti: ogni vita spezzata è un torto al mondo intero; cosa sarebbe stato di quelle donne, dei loro familiari, dei loro figli, dei loro affetti, se l’inaccettabile non fosse accaduto?

Glissiamo con leggerezza su questo, perché probabilmente fa più comodo perderci in chiacchiere sull’inutile e sul prendere distanze da chi commette quegli atti, usando le facili etichette di “psicopatico”, “mostro”, “disumano”, “malato”.

Qui la malattia non va rintracciata in questi uomini; malato è il sistema, ma non osiamo dirlo, non vogliamo rifletterci e far nulla per cambiare.

E dopo un po’ di clamore, tutto poi passa nel silenzio, più assordante se a tacere sono le istituzioni.

Ma se il mondo sceglie di non parlare, la musica grida a squarciagola.

Come nasce questa riflessione? In redazione abbiamo commentato l’uscita del nuovo singolo dei Pinguini Tattici Nucleari”, “Migliore”. Abbiamo concluso che probabilmente ha fatto più questa canzone di chiunque.

Non è l’unica e non sarà l’ultima a gridare ciò che ci piace tacere. Già in passato (sicuramente dimenticherò qualcuno), band o cantautori hanno trattato il tema della violenza di genere, come denuncia sociale.

Polly, brano contenuto nell’album Nevermind (1991), è ispirato a un fatto di cronaca nera: una ragazza sopravvissuta a un rapimento e a un’aggressione brutale.

Kurt Cobain, autore del testo, racconta la vicenda dal punto di vista del carnefice, una scelta narrativa disturbante ma efficace per denunciare la crudeltà dell’atto.

Ma è un punto di vista che non ci assolve! Se analizziamo il testo, le metafore e le immagini create, ci propongono una visione orribile dell’altro: un pappagallino dalle ali spezzate a cui concedere, di tanto in tanto, un po’ d’acqua e un cracker; un essere reso indifeso, chiuso in gabbia e reificato, su cui riversare desideri e violenza. Potremmo facilmente liquidarlo come mostro (e non era l’intento di Kurt Cobain), oppure seriamente vederci gli squilibri di una cultura malata, quella che ancora oggi si trascina.

E, difatti, legata a questa canzone, seppur pubblicata in un album successivo, In utero, è Rape me (1993), che sposa, questa volta, il punto di vista della vittima, mostrandone la rabbia e la voglia di vivere, di sganciarsi dalle mani avide dell’uomo che la tiene nei pochi centimetri del suo desiderio.

Mentre Polly è quasi sussurrata, per far concentrare il fruitore sul senso delle parole, quasi per dirgli “ti riconosci?”, in Rape me torna la furia del grunge, che è vita e rabbia, riscatto e desiderio di cambiare il mondo.  

La canzone di Marinella, scritta da Fabrizio De André nel 1964, è uno dei brani più iconici della musica italiana. Nonostante la sua dolce melodia e il tono apparentemente romantico, la canzone trae origine da un tragico episodio di cronaca: l’omicidio di una giovane donna, uccisa e gettata in un fiume.

De André trasforma questa storia di violenza in una ballata poetica, conferendo alla protagonista una dignità che la cronaca nera spesso nega alle vittime. Marinella non è più solo un nome in un articolo di giornale, ma diventa un simbolo di bellezza e innocenza, reso immortale dai versi:
“Questa di Marinella è la storia vera / che scivolò nel fiume a primavera.”

La delicatezza del linguaggio e l’attenzione ai dettagli creano un contrasto stridente con la brutalità del crimine, evidenziando il modo in cui l’arte può sublimare il dolore e trasformarlo in memoria collettiva. La canzone non menziona mai l’assassino né descrive il delitto, spostando l’attenzione dalla violenza alla celebrazione della vita spezzata.

Difatti, in un’intervista, De André disse proprio:
«Volevo che Marinella fosse ricordata per ciò che poteva essere, non per ciò che le è stato fatto.»

La semplicità della melodia e l’intimità dell’interpretazione rendono La canzone di Marinella accessibile a tutti, trasformandola in un veicolo potente di empatia e riflessione. Anche a distanza di decenni, la canzone invita l’ascoltatore a interrogarsi sulla condizione delle donne, spesso vittime di una violenza che la società tende a dimenticare troppo in fretta.

Ma veniamo alla nostra attualità. Il 6 dicembre esce la canzone Migliore, dedicata a Giulia Tramontano. E se il noto (aggiungo, purtroppo) programma radiofonico ha dato spazio al femminicida, i Pinguini Tattici Nucleari hanno dato voce alle vittime, Giulia e il suo bambino che non ha mai visto la luce.

Con delicatezza e forza, hanno portato in auge un tema troppo trascurato, se non del tutto obliterato: quanto abbiamo perso tutti noi per delle vite spezzate con una violenza inaccettabile?

Cosa resta dopo la morte di donne vittime di femminicidio? Ce la siamo mai posti questa domanda?

Dimenticati da tutti, i familiari e gli affetti, soprattutto gli orfani dei femminicidi, a cui lo Stato riserva ben poco. Nessuno si chiede “che ne sarà di loro”, “come e di cosa vivranno”. Nulla, solo il silenzio delle istituzioni e l’indifferenza generale, troppo impegnati a dimostrare che sono atti folli, per poi tacere e rinchiuderci nei centimetri piccoli delle nostre quotidianità

Eppure, sempre citando De André, “Noi ci crediamo assolti, ma siamo tutti coinvolti”.

“Vittime del senno di poi”, ci dicono i Pinguini tattici Nucleari; non si fa nulla per cambiare le cose, per intervenire partendo dai reati spia, per evitare che si arrivi all’orrore; si preferisce crogiolarsi in discettazioni inutili, travolgendo tutti e tutto in un silenzio imbarazzante.

Ma la Musica ancora parla; siamo grati e grate di questo.

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